Il concorso di Giammà, una storia (quasi) autobiografica

Dopo il successo internazionale di “Ferrovie del Messico”, lo scrittore astigiano Gian Marco Griffi è tornato in libreria con “Digressione”, uscito per i tipi dell’editore Einaudi a giugno 2025 e diventato un nuovo caso letterario con le sue oltre mille intense pagine. Ora Griffi riprende la collaborazione letteraria con Astigiani e offre ai nostri lettori un nuovo sorprendente racconto inedito in versione feuilleton in due puntate, pubblicate sulle uscite di dicembre 2025 e marzo 2026. Qui la versione integrale con il finale.

di Gian Marco Griffi

Giammarco Griffi, disoccupato trentacinquenne iscritto al Centro per l’impiego Roma Primavalle, stava preparando il concorso pubblico per entrare all’ANSIA, l’Agenzia nazionale scrittori italiani accreditati, il cui nome reale, secondo fonti autorevoli, era Autorità nazionale scrittori italiani autorevoli, e secondo altre fonti, benché meno autorevoli, era Archivio nazionale scrittori italiani affermati. Se ne stava seduto alla biblioteca Vaccheria Nardi con una copia della Vita di Vittorio Alfieri aperta sul tavolo e rimuginava sulla propria vita in preda al terrore, scrivendo e riscrivendo il suo nome su un foglio di carta a quadretti.

Lo chiamavano tutti Giammà tranne sua madre, che lo chiamava Giammarco come l’aveva battezzato il prevosto della parrocchiale di Nostra Signora di Coromoto, e suo padre, che da quando si era ammalato di afasia non riusciva più ad articolare la g, la m e la r, e non soltanto non riusciva più chiamarlo in alcun modo, ma stentava perfino a riconoscerlo.

I suoi avi venivano da qualche posto su al nord, forse dall’entroterra genovese, forse dalla pianura al di là dell’Appennino. Suo nonno paterno era un ferroviere, suo nonno materno un commerciante; suo bisnonno materno, a un certo punto, aveva deciso di mollare tutto e partire per l’America, dove aveva fatto fortuna, e da dove era tornato nel 1914 affinché sua moglie, la bisnonna materna di Giammà, desse alla luce suo figlio, il nonno materno di Giammà.

Suo padre avrebbe voluto chiamarlo Gianni, per via di uno zio impavido morto al fronte. Sua madre avrebbe voluto chiamarlo Marco, per via di un cugino dissoluto morto di gotta. Alla fine l’impiegato dell’anagrafe, stanco di discutere, propose ai genitori un’aplologia con raddoppiamento consonantico, e questi, benché non avessero idea di che cosa fosse un’aplologia, lo registrarono Giammarco.

Fondeva dunque in un sol nome i nomi di un eroe e di un libertino. Forse per questo crebbe d’indole alquanto lunatica: il suo animo era spigoloso e affabile, gagliardo e smidollato; lo spirito pronto a grandeggiare nelle violente agitazioni che quotidianamente lo assalivano e allo stesso tempo intimidito dall’indecisione; disposto a superare l’anonima ambascia delle animule blandule e allo stesso tempo pavidamente rattratto nel proprio nido come un ragno; nel giro di un batter di ciglia il suo volto poteva passare dalla flemmatica severità del conquistatore e all’ostinata cupezza dell’oppresso. Allo stesso modo era il suo aspetto fisico, a cominciare dagli arti superiori: aveva braccia forti e mani nervose dalle nocche spesse come noci; ma erano le dita magre, lunghe e agilissime, autorevoli, a balzare agli occhi. Oscillavano tenaci e scimmiesche con la curva delle grinfie sempre in movimento, come se suonassero uno strumento invisibile. Malgrado una robustezza quasi animalesca, custodivano una bizzarra sfumatura di delicatezza e perizia: erano buone per scalare la roccia e per lavorare di precisione, per strappare chiodi arrugginiti dalle assi e per miniare dettagli minutissimi.

Erano dita da uncinetto, come gli ripeteva sua madre con una punta d’invidia, ideali per ricamare, scolpire, suonare il pianoforte. Non faceva eccezione la sua faccia scarna, un po’ spiegazzata, che esibiva lo stesso curioso miscuglio di rudezza e grazia, a cominciare dal naso, tagliente e un po’ rivolto all’insù, con le narici leggere, lavorate con minuzia, e proseguiva con gli occhietti aguzzi e grigiolini che dardeggiavano furtivi, a tratti afflitti da una misteriosa, genuina, paura; uno sgomento indecifrabile che si ritrovava anche nei suoi scritti fanciulleschi, poesiole e temi in classe e pensierini sparsi dai toni cupi, notturni, cimiteriali, nei quali la paura della morte, e ancor più il panico per la vita, governavano la costruzione della frase e guidavano la sintassi, rendendola spesso claustrofobica, affannosa, ingarbugliata.

Temeva insomma la morte, e ancor più la vita, e ne aveva ben donde.  Con trentacinque anni abitava ancora coi genitori; una fidanzata non l’aveva, né l’aveva mai avuta, e la sua vita sentimentale era penosa e desolata: le sue goffe incursioni nel pianeta femminile si limitavano a donne incontrate sul tram, o su Tinder; la sua carriera lavorativa, se possibile, andava anche peggio: dopo una laurea in matematica aveva ripudiato la matematica, che aveva sempre disprezzato, ed era finito a fare lo scopamestieri, ogni volta con un contratto di collaborazione a tempo più che determinato, determinatissimo: tre mesi venditore di aspirapolveri, sei mesi assicuratore, undici mesi impiegato all’Ufficio toponomastica, cinque mesi operatore funebre, ecc.

Il suo sogno, fin dal giorno in cui imparò a scrivere la parola «morte» e i suoi implacabili derivati, mortale, mortalità, mortifero, mortacci, ecc., che lo destabilizzarono per tutta la sua fanciullezza e lo avrebbero destabilizzato per il resto dei suoi anni, era entrare all’ANSIA, e sembrava irrealizzabile: era la settima volta che provava a sostenere il concorso, ma la prima in cui lo avrebbe affrontato davvero; nelle precedenti sei non era neppure riuscito a superare il test preselettivo, un esame di cinque ore e cinquanta minuti sull’uso delle particelle pronominali, dei neologismi, dei sinonimi e cose così, ma questa volta, benché ammetterlo lo facesse soffrire allo spasimo per questioni scaramantiche, tutto stava procedendo per il meglio: era riuscito a passare per il rotto della cuffia il test, novecentonovantuno risposte corrette su mille, e ora non gli restava che superare le cinque prove del concorso vero e proprio per entrare in graduatoria e ottenere un impiego da scrittore accreditato.

Come entrare all’ ANSIA – Agenzia Nazionale Scrittori Italiani Accreditati

Seduto al posto di studio f4 della biblioteca Vaccheria Nardi ripassò per la centesima volta il bando del concorso. La prima prova, “Ambientazione geografica”, consisteva nel presentare un resoconto narrativo-geografico di trentamila battute su un luogo sorteggiato tra tutti i luoghi possibili; se il resoconto avesse convinto il Comitato preliminare, composto da sette scrittori autorevoli, avrebbe dovuto commentarlo all’orale al cospetto dei corpulenti membri della Commissione giudicante, composta da nove scrittori autorevoli agli ordini dello spietato funzionario del personale Giovanbattista Jovinelli. La seconda prova, “Composizione autofinzionale”, era quella su cui si sentiva più preparato: avrebbe esibito un estratto da Ombelicus, il ponderoso romanzo sul suo ombelico che stava stentatamente ma pervicacemente scrivendo da otto anni, e supponeva che se l’estratto avesse passato il vaglio del Comitato preliminare, superare l’orale non sarebbe stato troppo arduo. Quanto alla terza prova, “Sessione di sbarramento a tema variabile non preannunciato”, in pratica una prova a sorpresa su qualunque argomento passasse per la testa di Jovinelli, nutriva speranze mutevoli: negli ultimi quattro concorsi, a quanto aveva saputo dai candidati silurati (benché spiattellare il tema della prova a sorpresa fosse proibito, qualcuno che spifferava in cambio di una bevuta lo si trovava sempre), le prove a sorpresa erano state, dalla più recente alla più vecchia, “Young adult”, “Saghe famigliari e drammi borghesi”, “Gotico rurale”, “Racconto veridico a base testimoniale”, e poiché la striminzita fantasia di Jovinelli lo riduceva a scegliere tra sei temi che si ripetevano ossessivamente, il tema della prova a sorpresa del concorso sarebbe certamente stato uno tra “Pratica prefatoria” e “Contributo fantastico mitopoietico”, entrambi nelle corde di Giammà, che sovente si dilettava a scribacchiare prefazioni fittizie a romanzi inesistenti, e che da nove anni, stante il suo amore per Tolkien, era devotamente iscritto alla fellowship 31 della Società tolkieniana postvisceralista, quella di Roma Torpignattara.

La penultima prova, “Reportage narrativo d’attualità”, lo atterriva e lo affascinava; lo atterriva il pensiero di doversi confrontare con l’attualità senza la pellicola giallognola dell’irreale a far da filtro, lo affascinava l’idea di immergersi nella pastasciutta del reale, di infilarsi in quell’intrico di fatti, fattacci e fattarelli che sgocciolavano sul presente come il brodo torbido della cronaca. Ma era l’ultima prova, “Elaborato drammatico-delittuoso”, quella a cui tutti si riferivano chiamandola «il dannato romanzetto noir», a gettarlo nello sconforto più cupo e avvilente: si divideva in quattro sottosezioni, delle quali l’ultima, la più famigerata, prevedeva la reclusione in un’aula dell’ANSIA per settantadue ore continuative al fine di provvedere alla composizione, in quel lasso di tempo, del tremendo elaborato drammatico-delittuoso, ovvero il dannato romanzetto noir, «della lunghezza minima di sessantacinquemila battute», la cui «coerenza tematica e contestuale», stava scritto nel bando del concorso, doveva «dimostrare una piena integrazione con le prove precedenti, attraverso elementi vincolanti quali l’ambientazione geografica (la vicenda non dovrà necessariamente essere imperniata nello stesso luogo topico che ha costituito l’oggetto della prima prova di concorso, ma con quel luogo dovrà mantenere una certa parentela), taluni elementi autofinzionali pienamente ancorati alla contemporaneità, la gravosità del registro», e tutto ciò da svilupparsi con il terribile metodo Cărtărescu, che prevedeva la composizione dell’elaborato «a mano, con penna nera, su un quadernone a quadretti, senza alcuna modifica, senza cancellazioni, senza pagine strappate, senza inversioni di paragrafi, tutto d’un fiato dalla prima all’ultima lettera, senza aprire un dizionario e senza consultare Wikipedia neppure una volta».

Ogni volta che leggeva questo comma Giammà rabbrividiva, e un attimo dopo, in preda a un atro scoramento che gli metteva una gran voglia di bere una Sambuca doppia e di fumare una sigaretta, pensava di mollare tutto. Non che le precedenti tre sezioni fossero meno complesse: la prima, a forma di quiz, verteva sulle procedure poliziesche, i criteri di repertamento e di custodia delle prove, i tempi di comparsa del livor mortis e le implicazioni narrative degli omicidi; la seconda era un testo argomentativo sull’animo umano e le sue aberrazioni; la terza era un’interrogazione orale su argomenti di criminologia, tecniche di profilazione e psicologia forense.  Ma queste tre sottosezioni, per quanto difficili, gli sembravano poca cosa se raffrontate al dannato romanzetto noir che lo tormentava da anni guastando i suoi sogni, perfino i più trionfanti o gioiosi, perfino quelli sfacciatamente erotici; il problema, pensava, era semplice e irrisolvibile: non riusciva a ragionare in termini investigativi, e non nutriva alcun interesse per i morti ammazzati, né tantomeno per chi li aveva deliberatamente ammazzati. Non riusciva a creare un intreccio credibile, e non aveva alcuna dimestichezza con le armi, con i malviventi, con il mondo del crimine. Insomma il genere noir (e non soltanto il noir, anche il giallo, l’investigativo, il poliziesco, l’hard-boiled, ecc.) era indiscutibilmente il suo tallone d’Achille.

Bisogna frequentare l’Accademia di scrittura autorevole

Per questo era convinto che se avesse potuto frequentare l’Accademia di scrittura autorevole, gli autorevoli insegnanti dell’Accademia gli avrebbero insegnato autorevoli trucchi per entrare nelle profondità dell’animo umano, sia in quello di un assassino che in quello di un investigatore, fosse quest’ultimo un commissario, un carabiniere, un vicequestore, un ispettore o vattelapesca. Ma non aveva i soldi manco per iscriversi al corso di scrittura creativa del CPIA della Tiburtina, tenuto da postina con l’alopecia e l’alito grave di vino e tabacco, cosicché gli toccava far tutto da solo, da autodidatta. 

Esito del sorteggio “La città di Asti”

E comunque, prima di crucciarsi per l’elaborato drammatico-delittuoso, doveva preparare il resoconto narrativo-geografico di trentamila battute su un luogo sorteggiato tra tutti i luoghi possibili, reali o immaginari, e quel luogo era la città di Asti, in Piemonte, della quale non aveva alcuna conoscenza. Perciò, su suggerimento della sua vicina di casa, una donnetta serotina e burbanzosa in sedia a rotelle che aveva ottenuto l’impiego all’ANSIA grazie alla sua misteriosa disabilità, stava leggendo la Vita di Vittorio Alfieri da Asti scritta da esso, nel quale ragionevolmente avrebbe potuto trovare nozioni su Asti, benché la Asti di Vittorio Alfieri, com’era evidente dal dato anagrafico di Vittorio Alfieri, era una Asti di duecentosessant’anni prima. Ma la donnetta in sedia a rotelle gli aveva raccomandato di analizzare i dipinti di un certo Renzo De Alexandris e di leggere la Vita di Vittorio Alfieri da Asti scritta da esso, e lui aveva deciso che non aveva niente da perdere; se non poteva iscriversi all’Accademia di scrittura autorevole, e non poteva, poteva almeno dare retta a quella disabile con le gambette nervute da ranocchia e l’espressione del volto perennemente scontrosa. Sapeva bene che per farsi un’idea di Asti sarebbe bastato montare su un treno e andare ad Asti, ma non aveva i soldi manco per andare a Settebagni con Flixbus, figuriamoci ad Asti in treno, e la sua povertà non gli lasciava altra scelta che sorbirsi la Vita di Vittorio Alfieri da Asti scritta da esso maledicendo la più terribile delle sciagure umane, la povertà.

Il motivo per cui Giammà pendeva dalle labbra della donnetta in sedia a rotelle risiedeva nella profonda invidia che provava nei suoi confronti, una rabbia mista ad ammirazione per la scorciatoia con cui era riuscita a entrare all’ANSIA. Era convinto che fosse una truffatrice, che fingesse del tutto o che si fosse procurata chissà come l’invalidità necessaria per entrare nelle categorie protette. Del resto anche lui, se avesse avuto il coraggio, pur di farsi assumere senza passare dal concorso, non avrebbe esitato a iniettarsi in vena qualche orrenda malattia invalidante, avrebbe trovato il modo di procurarsi una miocardiopatia, una lesione bilaterale dei nervi cranici IX, X, XI e XII, una timpanopatia cronica, una emianopsia bitemporale, un entropion palpebrale. Nel frattempo, non avendo il coraggio di procurarsi nemmanco una rinite, si preparava ad affrontare il concorso studiando ogni giorno alla biblioteca Vaccheria Nardi, che frequentava, nonostante fosse dall’altra parte di Roma, per via della sua posizione privilegiata a poche centinaia di metri dall’Accademia di scrittura autorevole e dall’edificio dell’ANSIA.    

Quella mattina confidò i suoi crucci alla più giovane e affabile delle bibliotecarie, tale Yasmin Marconi, una creola mezza cubana e mezza romana dalla sensualità animalesca, irresistibile, splendente, venuta al mondo per far girare la testa a tutti gli utenti della biblioteca Vaccheria Nardi, e più in generale a tutti gli uomini che posavano lo sguardo sulla sua silhouette, con la quale Giammà aveva da poco iniziato un flirt; da Yasmin, che conosceva un tizio che conosceva un altro tizio che veniva da Asti, apprese che a Roma esisteva una sorta di associazione, o di istituzione, il cui proposito era riunire persone trasferitesi a Roma da Asti, il cui nome, come Giammà constatò da una breve ricerca in rete, era Unione astigiani a Roma, e la cui sede era, manco a dirlo, al 17 di via Alfieri, una straduccia monca incuneata a forza tra la grazia topiaria di via Macchiavelli a nord, la solennità monumentale di via Ariosto a est, la sobrietà analitica di via Galilei a sud e il traffico labirintico di via Merulana a ovest.

Ci andò il giorno stesso. Prese la metro B a Santa Maria del Soccorso, cambiò a Termini, scese a Vittorio Emanuele, e trentacinque minuti dopo era a destinazione.

Fuori, più che la sede di un’associazione, il civico 17 di via Alfieri sembrava un ristorante cinese, probabilmente perché era un ristorante cinese, con tanto di lanterne cinesi al muro e due grosse insegne che formavano la dicitura RISTORANTE CINESE MAN YI. 

Dentro, il ristorante cinese Man Yi era uguale a tutti i ristoranti cinesi, il solito fortore di cose agrodolci e involtini primavera, i soliti tavoli di fòrmica, le solite decorazioni con ideogrammi, i soliti draghi cinesi, il solito finto bambù dappertutto. Una piccola targa d’ottone posta accanto a una piccola targa in alluminio su cui stava scritto Piccolo teatro ioneschiano di Roma, a sua volta posta accanto a una voluminosa freccia blu su cui stava scritto TOILETTE, indicava che la sede dell’Unione astigiani a Roma si trovava al piano inferiore del locale, nello scantinato, presumibilmente accanto alla toilette e alla sede del Piccolo teatro Ioneschiano di Roma. Erano le quattro del pomeriggio e il locale era deserto, fatta eccezione per due cinesi dietro il bancone del bar, un uomo e una donna, entrambi affaccendati ad asciugare stoviglie. L’uomo non lo considerò neppure, e continuò ad asciugare stoviglie. La donna, senza smettere di asciugare il calice che stava asciugando con uno strofinaccio lercio, alzò lo sguardo sdegnoso e gli domandò se era un astigiano.

Lei è un astigiano?, domandò. Aveva un paio di occhi smaltati da cinese, pensò Giammà, e subito dopo considerò che era cinese, diamine, e perciò era perfettamente ovvio che avesse occhi da cinese. Ebbe un tuffo al cuore, giacché sapeva che questa sua propensione al pleonasmo, questa sua depravazione consistente nell’infarcire il periodo con informazioni inessenziali e ripetizioni insulse, gli sarebbe costata cara nella composizione del suo elaborato drammatico-delittuoso. Ma quella donna, rifletté meglio osservandola con più cura, aveva occhi cinesi più cinesi di qualunque altra cinese avesse visto in vita sua, e in quel minimo appiglio sdilinquì il suo cruccio.

E comunque rispose di no, non era un astigiano. 

È un attole ioneschiano?, domandò la donna cinese; parlava con la bocca impastata, come se stesse succhiando una grossa caramella.

No, rispose Giammà, non sono un attore ioneschiano. Lo fece con quanta più fermezza gli concedeva il tono della sua voce, giacché da qualche anno Eugène Ionesco gli procurava inspiegabili eruzioni cutanee diffuse, che si presentavano sotto forma di ripugnanti e pruriginosissime vescicole.  

La donna cinese sgranò gli occhi per quanto potesse sgranare gli occhi una donna cinese, e per quanto potesse sgranarli quella particolare donna cinese, la donna cinese con gli occhi cinesi più cinesi che Giammà avesse mai visto. Se vuole oldinale cibo cinese è tloppo plesto, disse ruvidamente.

Non voglio ordinare cibo cinese, disse Giammà.

Non assumiamo nessuno, intervenne l’uomo.

Non ho alcuna intenzione di lavorare in un maledetto ristorante cinese, disse Giammà. Sono qui perché vorrei incontrare qualcuno dell’Unione astigiani a Roma.

La donna cinese contrasse la bocca per rosicchiare un sogghigno di compiacenza diabolica. Sotto, disse. Sotto è Unione astigiani a Loma. Fece con le labbra e col naso un’accanita smorfia di disgusto, come se fosse in procinto di sputare. Unione astigiani a Loma è sotto, ripeté. Vicino al cesso, e vicino a teatlo. Tirò su col naso. Ma tu non sei astigiano, continuò. Le uscì un altro ghigno animalesco, da galeotto, che gli deformò la faccia cinese un po’ rincagnata. 

Soltanto gli astigiani possono scendere alla sede dell’Unione astigiani a Roma?, domandò lui.

Anche gli attoli ioneschiani, disse la donna.

Soltanto gli astigiani e gli attori ioneschiani possono scendere di sotto?, domandò Giammà.

La cinese cercò con lo sguardo l’uomo, forse il marito, il quale alzò brevemente gli occhi, posò il forchettone che stava asciugando e si strinse nelle spalle. Pel quello che me ne flega puoi andale, disse.

L’Unione astigiani a Roma era un seminterrato con pavimento in mattonelle astigiane anni Settanta, due strette finestre a bocca di lupo che mandavano brandelli di luce romana naturale su un tappeto astigiano grande come quattro biliardi astigiani, sopra il quale troneggiava una poltrona astigiana di pelle verde consumata; in fondo una lavagna astigiana con le rotelle, il poster della Cantatrice chauve al Théâtre des noctambules, à partir du 16 mai 1950, tous le jours (sauf lundi) de 18h30 à 19h30, anti-pièce de Eugène Ionesco mise en scène de Nicolas Bataille, un telo bianco per proiezioni imbrattato da moscerini romani schiacciati e una mensola sulla quale si impolveravano libri astigiani malmessi; accatastate contro una parete dominata da un arazzo astigiano raffigurante uno scorcio cittadino, probabilmente astigiano, una dozzina di sedie pieghevoli bianche e blu; sul soffitto un grande lampadario astigiano a candelabro si apriva come un ragno gigante appeso a un filo metallico; sotto il ragno di ferro lucente, un portentoso tavolo di noce astigiano marezzato occupava il centro della sala; qui l’occhio era catturato dal centrotavola astigiano, un candelabro d’argento vero e proprio, astigiano, i cui ampi bracci alloggiavano lunghe e smilze candele simili a stalagmiti dalle quali la cera era colata in pallide escrescenze moccolanti, piuttosto astigiane. Sotto le bocche di lupo, inquadrata come una reliquia, spiccava una bandiera smorta e slabbrata della Danimarca.

Mentre Giammà esaminava la coloratissima trama dell’arazzo che copriva buona parte della parete, nel seminterrato entrò un uomo squadrato avvolto in uno sgargiante serape messicano decorato con leoni blu cobalto. A guardarlo di sfuggita sembrava un blocco di granito scartato dallo scultore, o a uno zombie di Minecraft. Si presentò come segretario dell’Unione astigiani a Roma.

Buongiorno, lei è astigiano?

Buongiorno, disse allungando una mano, lei è astigiano?

No, disse Giammà, mi dispiace. E dopo aver sfregato una mano con l’altra, quasi solennemente, le infilò entrambe in tasca, giacché non aveva alcuna intenzione di toccare la mano laida e microbica di chicchessia.

Il segretario squadrato masticò un sorriso doloroso, e ricacciò la mano indietro. È sicuro di non essere astigiano?, domandò.

Glielo posso garantire, disse Giammà.

Un sorriso serafico illuminò la sua faccia squadrata da zombie di Minecraft. Magnifico, disse, questa è una grande opportunità di crescita. Noi dell’Unione astigiani a Roma accettiamo chiunque si senta un astigiano a Roma. Lei si sente un astigiano a Roma?

No, mi dispiace.

Il sorriso serafico del segretario morì crocifisso sulle sue labbra da segretario. Magnifico, disse, o meglio, si corresse, non importa. Esibì un nuovo sorriso fanciullesco che per un momento gli trasformò il viso in quello di una ragazzina. Del resto neppure io sono astigiano, disse.

Non ha appena detto di essere il segretario dell’Unione astigiani a Roma?, domandò Giammà.

E lo confermo, per Dio!, si sgranchì il diaframma e prontamente ribadì, con voce solenne che rimbombò come un cannone in chiave di basso: sono il segretario dell’Unione astigiani a Roma.

Giammà sollevò un sopracciglio verso la fronte, offensivamente. Se ne rese conto, e lo riabbassò subito.

Il segretario dell’Unione astigiani a Roma non deve essere astigiano?, domandò.

Non proprio, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma. Ma deve essere segretario. È assolutamente necessario che sia segretario. E io sono un segretario coi fiocchi. Quando qualcuno ha bisogno di un segretario chiama me. Sono il miglior segretario che un’associazione, un’unione, una società, possa desiderare. Esibì tutti i denti che poteva esibire, e mostrò un biglietto da visita sul quale stava scritto “segretario”. Attualmente sono il segretario di tredici tra associazioni, consorzi, fondazioni, logge e sodalizi, tra cui spiccano per importanza l’Unione astigiani a Roma, l’Unione campobassani a Roma e il Piccolo teatro ioneschiano.

Come mai proprio l’Unione campobassani a Roma?, domandò Giammà.

Che domande, disse il segretario dell’Unione campobassani a Roma, nonché dell’Unione astigiani a Roma e del Piccolo teatro ioneschiano di Roma, perché vengo da Campobasso, naturalmente; nato all’ospedale di Campobasso da genitori di Campobasso, cresciuto a Campobasso, per cinque anni assessore alla cultura del Comune di Campobasso, per tre anni segretario del Piccolo teatro ioneschiano di Campobasso.

Ionesco deve piacerle moltissimo, disse Giammà grattandosi sia il grande trocantere sinistro che il grande trocantere destro.

Non so chi sia, disse il segretario del Piccolo teatro ioneschiano di Roma, ma me ne hanno parlato bene.

Giammà sentì prudere un sopracciglio. Avrebbe avuto voglia di fumare, ma non si azzardava a chiedere il permesso. Pensò al motivo per cui era lì, il concorso, e un’ombra di inquietudine gli velò gli occhi.

Posso farle qualche domanda su Asti?, domandò.

Ma certamente, rispose il presidente dell’Unione astigiani a Roma, che a un esame approfondito era ancor più squadrato di quanto non apparisse di sfuggita, sarò felice di rispondere a tutte le domande su Asti che vorrà pormi.

È mai stato ad Asti?

Mai, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma.

Neppure una volta?

Neppure una volta. Che cosa dovrei andare a fare ad Asti? Però quando avevo quindici anni sono stato a Piacenza.

Piacenza e Asti sono correlate in qualche modo?

Dipende, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma.

Da che cosa?, domandò Giammà.

Dal motivo per cui sono celebri in tutto il mondo, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma.

Per quale motivo Piacenza è celebre in tutto il mondo?, domandò Giammà.

Ma perché dista soltanto settantuno chilometri da Milano, naturalmente, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma.

E sentiamo, per quale motivo Asti è celebre in tutto il mondo?

Asti è celebre in tutto il mondo perché dista soltanto cinquantasei chilometri da Torino, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma.

Non mi dica, disse Giammà.

Torino, naturalmente, è celebre in tutto il mondo perché dista soltanto cinquantotto minuti di Frecciarossa da Milano

Ne è sicuro?

Più che sicuro, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma, ho sempre sottomano l’Orario ferroviario 2025/2026. Sono segretario della Gilda dei ferrovieri innamorati del paesaggio che scorre al finestrino dal duemilaundici.

C’è qualche posto in Italia celebre per una ragione diversa dalla sua distanza da Milano?, domandò Giammà.

Certamente, disse il segretario della Gilda dei ferrovieri innamorati del paesaggio che scorre al finestrino, Milano. Ma non sono ancora riuscito a stabilire la ragione per cui Milano è celebre in tutto il mondo.

Giammà sentì prudere intensamente il lobo dell’orecchio sinistro.

C’è qualche astigiano tra i membri dell’Unione astigiani a Roma?, domandò.

Chiaramente, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma, che domande. Sono tutti e sette astigiani.

Che cosa significa «tutti e sette»?

Significa esattamente ciò che ho detto, ovvero che tutti e sette gli iscritti all’Unione astigiani a Roma sono astigiani, nati ad Asti, cresciuti ad Asti, cittadini astigiani, iscritti alle liste elettorali del Comune di Asti.

Ci sono soltanto sette astigiani a Roma?

Non ho detto questo.

E cosa ha detto?

Ho detto che ci sono sette iscritti all’Unione astigiani a Roma, e sono tutti astigiani.

Tutti tranne lei.

Io sono il segretario. Non faccio testo. A proposito, che screanzato. Vuole un caffè?

Giammà annuì, e il segretario dell’Unione astigiani a Roma afferrò una campanella di bronzo che stava sulla mensola e la sbatacchiò, determinando il caratteristico tintinnio delle campanelle di bronzo. 

Posso parlare con un astigiano dell’Unione astigiani a Roma?, domandò Giammà.

Ma naturalmente, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma. Non appena arriverà qualcuno.

In quel momento entrò una donna di mezz’età reggendo un vassoio con due tazzine e una caffettiera fumante.

Lei è Angela, la domestica-cuoca-contabile dell’Unione astigiani a Roma e del Piccolo teatro ioneschiano.

È di Asti?

Nemmeno per sogno, disse il presidente dell’Unione astigiani a Roma, Angela è di Sapri, fieramente iscritta all’Unione sapresi a Roma di cui sono segretario dal duemiladiciannove, nonché gioiosamente iscritta alla Corporazione delle domestiche-cuoche-contabili italiane, di cui sono segretario da sette mesi.

Angela sfoggiò un sorriso sdentato. Sapri è incantevole, disse, specialmente in primavera. Servì il caffè con un’invidiabile maestria appresa in anni e anni di apprendistato e pratica presso le migliori associazioni, confraternite e ghenghe di Roma, ma soprattutto presso la Corporazione delle domestiche-cuoche-contabili italiane, dove si spolverava, si cucinava e  si riconciliavano conti bancari.

Quando crede che arriverà qualcuno di Asti, domandò Giammà sorseggiando il gustosissimo caffè di Angela di fronte alla bandiera della Danimarca appesa al muro.

Quando arriverà qualcuno sarà il primo a saperlo, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma.

Perché tenete una bandiera della Danimarca appesa al muro?, domandò Giammà contemplando la bandiera della Danimarca inquadrata e appesa al muro.

Quella non è una bandiera della Danimarca, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma.

Mi pare proprio una bandiera della Danimarca.

Le dico che non è una bandiera della Danimarca.

Insisto: è una bandiera della Danimarca.

Insisto: non è una bandiera della Danimarca.

Mi dimostri che non è una bandiera della Danimarca.

Mi dimostri lei che è una bandiera della Danimarca.

Ha uno sfondo rosso vivo e una grande croce nordica bianca che si estende fino ai bordi, proprio come la bandiera della Danimarca.

Come se la bandiera della Danimarca fosse l’unica bandiera del mondo con lo sfondo rosso vivo e una grande croce nordica bianca che si estende fino ai bordi.

Ma la bandiera della Danimarca è l’unica bandiera del mondo con lo sfondo rosso vivo e una grande croce nordica bianca che si estende fino ai bordi.

E chi lo dice?

Lo dico io, disse Giammà, e sentì un intenso prurito dietro il collo, più o meno dalle parti dell’atlante.

Questa è proprio bella, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma. Le ripeto che non è la bandiera della Danimarca.

E io le ripeto che è la bandiera della Danimarca.

Per quale ragione dovremmo avere una bandiera della Danimarca inquadrata e appesa nella sede dell’Unione astigiani a Roma, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma.

Non lo so, disse Giammà, lo chiedo a lei.

Falso, sono io che l’ho chiesto a lei.

Vero, lei lo ha chiesto a me, ma sono io che dovrei chiederlo a lei.

Sta dicendo che dovrebbe essere lei a chiedere a me la ragione per cui dovremmo avere una bandiera della Danimarca inquadrata e appesa nella sede dell’Unione astigiani a Roma?

Sto dicendo proprio quello, disse Giammà grattandosi furiosamente una vescicola che gli era scoppiata sul costato.

Benissimo, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma, e allora me lo chieda.

Per quale ragione dovreste tenere una bandiera della Danimarca inquadrata e appesa nella sede dell’Unione astigiani a Roma?, domandò Giammà.

Non lo so, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma, me lo dica lei.

Giammà si grattò la collottola e l’attaccatura dei capelli.

Gli astigiani sono gemellati con i copenaghensi, disse.

Acqua.

Harald Lo Spietato sostò ad Asti sulla via per Costantinopoli, e si innamorò di un’astigiana. 

Acqua, acqua.

Un danese ha pianificato l’urbanistica di Asti in modo che la luce diurna penetri in ogni casa in modo da garantire una piccola fetta di felicità a ciascun astigiano.

Acqua, acqua e acqua.

Un cavallo knabstrupper ha vinto il palio di Asti.

Acqua, acqua, acqua e ancora acqua. Lei è un esperto di cavalli?

Macché.

Però conosce il knabstrupper.

Ho visto un documentario l’altra sera.

Capisco, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma, il suo è triviale nozionismo. E lei è un nozionista da quattro soldi.

È questo che crede?

È quello che credo.

E sia, ma questa appesa al muro resta comunque la bandiera della Danimarca: sfondo rosso vivo + grande croce nordica bianca estesa fino ai bordi = bandiera della Danimarca.

Parla così soltanto perché non vede altro che una bandiera con lo sfondo rosso vivo e una grande croce nordica bianca che si estende fino ai bordi.

Il suo ragionamento non fa una grinza.

Ma se quella bandiera non fosse stata di colore rosso vivo, né avesse avuto una grande croce nordica bianca estesa fino ai bordi, avrebbe comunque sostenuto che si trattasse della bandiera della Danimarca?

Ovviamente no.

E perché no?

Perché se non fosse stata di colore rosso vivo, e se non avesse avuto una grande croce nordica bianca estesa fino ai bordi, non sarebbe stata la bandiera della Danimarca.

E che bandiera sarebbe stata?

Non ne ho idea.

Faccia delle ipotesi.

Sarebbe stata la bandiera della Finlandia.

Ma non è possibile.

Perché no.

Perché la bandiera della Finlandia ha uno sfondo bianco luminoso e una grande croce nordica azzurra che si estende fino ai bordi.

E quindi?

E quindi, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma, la bandiera che sta inquadrata e appesa al nostro muro non ha per niente uno sfondo bianco luminoso, né una grande croce nordica azzurra che si estende fino ai bordi.

Mi ha detto lei di fare delle ipotesi, disse Giammà grattandosi disperatamente lo sterno, dov’erano spuntate un paio di tormentose vescicole.

Intendevo delle ipotesi realistiche, non delle ipotesi campate in aria, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma.

Resta il fatto, disse Giammà, che quella è la bandiera della Danimarca.

Lei è un inguaribile nozionista, disse il segretario dell’Unione astigiana a Roma.

Non tutto il nozionismo vien per nuocere, disse Giammà.

È meglio un cavallo knabstrupper oggi che un nozionista domani, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma.

Chi cavalca un cavallo knabstrupper va sano e va lontano, disse Giammà. Infilò le affusolate, bellissime dita provviste di unghie grifagne sotto la maglia, e si grattò il ventre.

Lei è la quintessenza della cultura bacata d’oggidì, il paradigma della conoscenza algoritmica, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma.

Sono figlio del mio tempo, disse Giammà.

Sostiene forse che la sua non è una conoscenza derivata esclusivamente dall’apprendimento di nozioni, di notizie, di dati non approfonditi e non elaborati sinteticamente, organicamente e criticamente?, domandò il segretario dell’Unione astigiani a Roma.

No, disse Giammà, sostengo che la mia è una conoscenza derivata dall’apprendimento di nozioni, di notizie, di dati non approfonditi e non elaborati sinteticamente, organicamente e criticamente, ma non esclusivamente.

Risponda a questa domanda: qual è la patria di Amleto?

La Danimarca.

Ecco, lo vede che il suo è nozionismo?

Come altrimenti avrei potuto rispondere?

Risponda a quest’altra domanda: chi vinse gli Europei di calcio del 1992?

La Danimarca.

Ancora nozionismo, turpe nozionismo. E dica, dove sta la penisola dello Jutland?

In Danimarca.

Nozionismo, sempre nozionismo, nient’altro che nozionismo. E sentiamo, quale bandiera ha uno sfondo rosso vivo e una grande croce nordica bianca che si estende fino ai bordi?

Quella della Danimarca.

E chi lo dice?, domandò il segretario dell’Unione astigiani a Roma.

Lo dice l’Atlante delle bandiere del mondo, disse Giammà, e si grattò prima dietro l’orecchio destro, poi sotto l’ascella sinistra.

L’apoteosi del nozionismo, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma.

Il nozionismo, se impiegato con sagacia, può essere sbandierato come cultura, disse Giammà grattandosi un bicipite femorale.

La vera cultura, se bonificata dal nozionismo, può salvare il mondo, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma.

Ne è davvero convinto?

Certo che no.

E perché lo ha detto?

Il mondo, mio caro, non lo salva più nessuno. Ma la frase mi ronzava in testa da un po’, e mi ero ripromesso di dirla a qualcuno.

Se il mondo non può essere salvato, che ci stiamo a fare qui?

Conversiamo sulla bandiera della Danimarca, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma.

Dunque ammette che quella è la bandiera della Danimarca, disse Giammà infilando una mano nel didietro dei pantaloni per raschiarsi la chiappa sinistra.

Ammetto soltanto, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma, che l’oggetto della nostra discussione è la presunta danesità della bandiera che sta appesa al nostro muro. 

L’oggetto della nostra discussione è la danesità della bandiera inquadrata e appesa al muro perché la bandiera inquadrata e appesa al muro è la bandiera della Danimarca, disse Giammà.

È tutto da stabilire, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma.

Benissimo, disse Giammà, stabiliamolo.

Come intende procedere?, domandò il segretario dell’Unione astigiani a Roma.

Per esclusione, disse Giammà.

Bene, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma, escluda.

Non è certamente la bandiera delle Kiribati, disse Giammà.

Perché no?, domandò il segretario dell’Unione astigiani a Roma.

Perché la bandiera delle Kiribati, disse Giammà, rappresenta un sole a diciassette raggi che sorge emergendo dai flutti del Pacifico e dalla bianca sabbia delle spiagge di Kiribati, ed è sorvolato da una fregata.

Che cosa ne deduce?, domandò il segretario dell’Unione astigiani a Roma.

Ne deduco, dedusse Giammà, che siamo inequivocabilmente di fronte alla bandiera della Danimarca.

Le ho già detto di no, disse rudemente il segretario dell’Unione astigiani a Roma.

Si arrenda all’evidenza, disse Giammà. Non ci sono i flutti del Pacifico. Non c’è la sabbia bianca. Non c’è il sole a diciassette raggi sorvolato da una fregata.

Così sembra, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma, così sembra.

Non sembra, disse Giammà, è. Siamo di fronte a un’evidenza. 

Quale evidenza?, domandò il segretario dell’Unione astigiani a Roma.

L’evidenza della realtà.

La realtà è sopravvalutata.

Eppure converrà che talune cose sono reali e talaltre no, disse Giammà grattandosi alternativamente sincipite e sedere, occipite e podice, fronte e culattario, gnucca e preterito.

Convengo che c’è un piano dell’esistenza che convenzionalmente chiamiamo realtà, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma, e convengo che c’è un piano dell’esistenza che convenzionalmente chiamiamo irrealtà, concluse il segretario dell’Unione astigiani a Roma. E poi c’è l’unica realtà plausibile, chiosò il segretario dell’Unione astigiani a Roma, la nostra mente.

Glielo concedo, disse Giammà, ma la bandiera della Danimarca è la bandiera della Danimarca sia nel piano della realtà che nel piano dell’irrealtà. E anche nella nostra mente.

Lei è schiavo del suo nozionismo, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma avvicinandosi alla bandiera, percepisce questa bandiera di colore rosso vivo con una croce bianca ed è sicuro che sia una bandiera di colore rosso vivo con una croce bianca.

Vorrebbe farmi credere che questa bandiera non è rossa con una croce bianca che si estende fino ai bordi?, domandò Giammà.

Il rosso non è un colore in sé, ma una percezione del nostro cervello dovuta alla luce, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma. E il nostro cervello si può ingannare con una facilità irrisoria.

Parli per il suo, disse Giammà.

Il segretario dell’Unione astigiani a Roma strepitò uno sghignazzo stolido e grossolano. Se si impegnasse potrebbe far credere al suo cervello di essere felice, disse. Lei è felice?

No, disse Giammà, per niente.

Non si è impegnato abbastanza, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma.

Se lo dice lei, disse Giammà contorcendosi per grattare la scapola destra.

L’unica realtà plausibile è la nostra mente, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma. Wittgenstein sosteneva che non c’è nulla di mistico al mondo, e mistico è solo il fatto che il mondo esista.

Mi pare innegabile, disse Giammà sfregando la schiena al muro come gli asini. 

Pertanto, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma, quando sfioro qualcosa, non tasto altro che la punta delle mie dita, quando sento un suono, sento la mia coclea, quando guardo, guardo i miei occhi.

E quando annusa sente l’odore del suo bulbo olfattivo?, domandò Giammà grattandosi la punta delle dita, la coclea, gli occhi.

Naturellement, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma, lei crede di odorare questo aroma di caffè e di involtini primavera, ma in realtà sta odorando il suo epitelio olfattivo, il suo lungo dendrite, gli assoni delle cellule olfattive che sinaptano con i dendriti delle cellule mitrali.

Sa un mucchio di cose sull’olfatto, disse Giammà.

Sono segretario dell’Associazione annusatori italiani da undici anni, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma, dell’Associazione annusatori italiani e del Piccolo teatro ioneschiano. 

E comunque, disse Giammà, l’unica realtà plausibile è che questa bandiera inquadrata e appesa al muro nella sede dell’Unione astigiani a Roma è la bandiera della Danimarca, disse Giammà.

Non lo è.

Lo è, fuor di dubbio.

Ripeto, non lo è.

Wittgenstein sarebbe d’accordo.

Wittgenstein era forse danese?

Certo che no.

E non ha forse scritto Wittgenstein «su ciò di cui non si può parlare si deve tacere»?

Suppongo di sì, disse Giammà scorticandosi una vescicola in bilico sull’ombelico.

E mi conferma che Wittgenstein non era danese, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma.

Non lo era, nel modo più assoluto.

Faccia due più due.

Due più due fa quattro bandiere della Danimarca, disse Giammà.

Nel modo più assoluto no, ribadì il segretario dell’Unione astigiani a Roma.

Lei mi nasconde qualcosa, disse Giammà spellando vescicole erubescenti cresciute sullo sfintere, sulla plica semilunare, sul muscolo sternocleidomastoideo, sull’eminenza ipotenar, sulla fossa cubitale.

Non mi permetterei mai.

Mi sta nascondendo qualcosa?

No.

Credo che mi stia nascondendo qualcosa.

S’inganna.

Brutto stronzo, disse Giammà, vuota il sacco.

E va bene, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma, lo ammetto, quella è la bandiera di Asti.

No, disse Giammà, per niente.

Come osa vilipendere la bandiera di Asti, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma.

Non sto vilipendendo niente, disse Giammà.

A me pare che lei stia vilipendendo la bandiera di Asti, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma.

Nient’affatto, disse Giammà, e si grattò il capitello radiale.

Ma sta dicendo, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma, che la bandiera di Asti appesa e inquadrata alla parete non è la bandiera di Asti.

No, disse Giammà, sto dicendo che la bandiera della Danimarca appesa e inquadrata alla parete è la bandiera della Danimarca.

È la stessa cosa, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma.

Non è la stessa cosa, disse Giammà.

È la stessissima cosa, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma. È un po’ come se io le dicessi che lei non è lei.

Non è la stessa cosa, disse Giammà grattandosi in successione il cavo popliteo e la rotula, la rotula e il cavo popliteo.

È la stessissima cosa, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma, e se io le dicessi che lei non è lei, lei si sentirebbe piuttosto confuso, o no?

Suppongo di sì, disse Giammà.

E non si sentirebbe anche un po’ vilipeso?, domandò il segretario dell’Unione astigiani a Roma.

Neppure per idea, disse Giammà.

Lei non è lei!, esclamò il segretario dell’Unione astigiani a Roma.

Certo che io sono io, disse Giammà.

No, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma, lei non è lei, lei non è lei, lei non è lei.

Perché lo sta facendo?, domandò Giammà.

Perché se lei non è lei, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma, allora è qualcun altro, e voglio scoprire chi è. Allora, chi è lei?

Non lo so più, disse Giammà.

Si sente vilipeso?, domandò il segretario dell’Unione astigiani a Roma.

Un po’, ammise Giammà. Forse. Sì.

Ecco, vede?

Io potrei non essere io, disse Giammà, ma quella appesa al muro è inequivocabilmente la bandiera della Danimarca.

E va bene, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma, lo ammetto.

Che cosa ammette?, disse Giammà.

Quella non è la bandiera di Asti, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma.

Lo dicevo, disse Giammà.

Quella è la bandiera della Danimarca, disse sconsolato il segretario dell’Unione astigiani a Roma.

Perché lo avete fatto?, domandò Giammà.

La bandiera di Asti non si trova da nessuna parte, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma. L’abbiamo cercata ovunque.

Ovunque, dice, ma avete cercato a sufficienza?, domandò Giammà.

Abbiamo cercato su internet, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma, abbiamo inviato formale richiesta al Comune di Asti.

E com’è finita?

Non possono spedire la bandiera di Asti a unioni, confraternite o associazioni di astigiani che non raggiungono il quorum di dieci astigiani.

Dieci astigiani sono un bel po’ di astigiani, disse Giammà.

Gli astigiani non bastano mai, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma.  

Com’è fatta la bandiera di Asti?, domandò Giammà.

Naturalmente ha lo sfondo rosso vivo, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma, e naturalmente ha una croce bianca che si estende fino ai bordi, ma la croce, anziché essere nordica, ovvero decentrata a sinistra, è perfettamente centrata.

Avete provato a ingannare il cervello, disse Giammà.

Ci abbiamo provato, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma, e abbiamo fallito.

Sono il primo che se ne accorge?, domandò Giammà.

Ebbene sì, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma. Chiunque, prima di lei, entrando nella sede dell’Unione astigiani a Roma e ammirando la bandiera della Danimarca, aveva creduto che fosse la bandiera di Asti. 

Mi dispiace, disse Giammà.

Gli astigiani non si dispiacciono, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma. E neppure i danesi.

Io non sono astigiano, disse Giammà. E neppure danese.

Allora faccia pure, disse il segretario dell’Unione astigiani a Roma. 

E uscì di soprassalto.

Giammà restò un quarto d’ora in completa solitudine a fissare la bandiera della Danimarca, la sua vivace rossezza, la sua complessa danesità. 

Finalmente entrò qualcuno.

Buongiorno, disse, sono il vicepresidente vicario dell’Unione astigiani a Roma. Era un omuncolo tutto grigiastro come le lucertole dei tetti, con una faccia da astigiano sparuta ma sprizzante fuoco.

Buongiorno, disse Giammà. Lei è astigiano?

Astigiano purosangue, disse pomposamente il vicepresidente vicario dell’Unione astigiani a Roma.

Ne sono lieto, disse Giammà.

E quella che stava osservando, disse fieramente il vicepresidente vicario dell’Unione astigiani a Roma, è la bandiera di Asti.

Assomiglia incredibilmente alla bandiera della Danimarca, disse Giammà.

Non ci avevo mai pensato, disse il vicepresidente vicario dell’Unione astigiani a Roma.